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02FOLKLORE / SUPERSTIZIONE

“NON È VERO, MA CI CREDO”: IL MALOCCHIO A NAPOLI

Non devi necessariamente credere nella superstizione per crescere parlando il suo linguaggio.

Pubblicato 6 settembre 2026 · 3 MIN DI LETTURA

Beat a Te! — la stampa sul retro con i simboli napoletani e il wordmark Growing Up Neapolitan

“Non è vero, ma ci credo.”

Poche frasi raccontano il rapporto tra Napoli e la superstizione meglio di questa.

La contraddizione è proprio il punto.

Puoi ridere del rituale e continuare a farlo.

Puoi dire di non credere al malocchio e pensarci comunque due volte prima di sfidare la sorte.

A Napoli la superstizione non è sempre un sistema di credenze letterali.

A volte è semplicemente una lingua che impari crescendo.

Il malocchio

L'idea del malocchio esiste in culture di tutto il mondo.

A Napoli ha sviluppato un vocabolario particolarmente ricco.

Il malocchio è tradizionalmente inteso come un danno provocato attraverso uno sguardo ostile, invidioso o particolarmente potente.

A questa credenza è collegata la figura dello jettatore: una persona alla quale viene attribuita la capacità di portare sfortuna.

La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli registra il proverbio tradizionale:

“L'uocchie so' peggio d' 'e scuppettate.”

Gli occhi possono essere peggio delle fucilate.

È una frase estrema, ma il concetto che contiene è immediatamente riconoscibile.

Attenzione all'invidia.

Attenzione a chi racconti le cose belle.

Non tutti gli sguardi sono innocenti.

Il curniciello

Se esiste un pericolo, naturalmente deve esistere anche una protezione.

Uno degli oggetti protettivi più riconoscibili di Napoli è il corno rosso: il curniciello.

Oggi lo trovi su gioielli, portachiavi e in tantissimi negozi della città, ma il suo ruolo simbolico precede la sua versione contemporanea da souvenir.

Secondo la Soprintendenza di Napoli, il tradizionale corno portafortuna viene considerato efficace soltanto se ricevuto in dono e deve essere:

“tuosto, vacante, stuorto e cu' 'a ponta.”

Rigido, cavo, storto e appuntito.

Conta l'oggetto.

Ma conta anche il rituale che circonda l'oggetto.

Non devi credere nella superstizione per crescere parlando il suo linguaggio.

Le cose che nessuno ti insegna davvero

La superstizione napoletana raramente arriva sotto forma di lezione.

Arriva attraverso la famiglia.

Qualcuno ti dice di non aprire l'ombrello in casa.

Qualcuno ti avverte di non lasciare soldi o cappelli sul letto.

Qualcuno fa un gesto scaramantico.

Qualcuno ti dice di non raccontare troppo presto una buona notizia.

Impari le regole molto prima di chiederti da dove arrivino.

Ed è proprio per questo che certe tradizioni riescono a sopravvivere anche quando la fede letterale inizia a scomparire.

Una persona può rifiutare la spiegazione soprannaturale e conservare comunque il gesto.

Perché a quel punto il gesto appartiene alla memoria.

Quando la superstizione diventa identità

È questo che rende così interessante il folklore napoletano.

Il confine tra credenza, ironia, abitudine e identità non è sempre netto.

Un curniciello può essere un amuleto.

Può essere un gioiello.

Può essere un regalo di famiglia.

Può essere uno scherzo compreso soltanto da chi condivide quella cultura.

Può essere un piccolo pezzo di casa.

A volte è tutte queste cose insieme.

È il mondo che sta dietro a design Growing Up Neapolitan come L'Uocchie Sicche e Beat a Te.

L'obiettivo non è dire che la superstizione sia vera.

L'obiettivo è riconoscere qualcosa che vero lo è:

generazioni di napoletani sono cresciute immerse nel suo linguaggio.

E anche quando ci ridiamo sopra, qualcuno preferisce comunque non rischiare.

Non è vero.

Ma ci credo.

FONTI E RIFERIMENTI

  1. Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli — Elenco ragionato dei principali beni di interesse demoetnoantropologico della città di Napoli
Pubblicato 6 settembre 2026 · 3 MIN DI LETTURA